Un libro italiano sull’Enterprise 2.0

Dal mio primo post a metà 2007, di acqua sotto i ponti ne è passata e l’Enterprise 2.0 si è trasformata da un tema quasi totalmente sconosciuto al fulcro di blog, conferenze ed ovviamente libri. Il primo è stato il testo di Niall Cook, più recentemente è uscito ovviamente il tomo di Andrew McAfee, considerato a ragione il padre della disciplina. Pur essendo disponibili diversi lavori che in qualche modo affrontano alcuni aspetti dell’Enterprise 2.0, su tutti Community Management di Emanuele Scotti e Rosario Sica, mancava finora un volume italiano di inquadramento complessivo. Questa carenza è stata colmato ora da Enterprise 2.0. Modelli organizzativi e gestione dei social media per l’innovazione in azienda di Alessandro Prunesti. Ovviamente non potevo evitare di comprarlo (al costo di 26 euro) e di recensirlo.

Prima di iniziare, ritengo onesto condividere alcune premesse necessarie ad inquadrare il mio punto di vista. Sono cosciente che non tutti si potranno riconoscere in queste premesse e va bene così. Usate queste considerazioni per pesare le mie conclusioni in base alle vostre esigenze. Ecco allora gli elementi da cui parto:

  • Non sono probabilmente parte del target per cui il libro è pensato composto (immagino) più di manager, aziende e curiosi che ancora non si sono avvicinati al tema. Ciononostante, lavorando quotidianamente con le aziende, credo di avere il polso sullo stato di comprensione così come sulle esigenze delle aziende in questo ambito
  • Quando acquisto un libro di marketing/business cerco: una visione d’insieme, considerazioni strategiche, modelli operativi, casi di successo e best practice derivate dall’esperienza dell’autore. Casi e best practice reali ed approfonditi, rendono più piacevole la lettura e più elevato il valore per il lettore.
  • La struttura dei capitoli e l’accuratezza dei fatti presentati, sono per me importanti quanto il contenuto stesso del testo. Un’organizzazione debole o fatti inaccurati minano a mio avviso pesantemente la credibilità del materiale presentato
  • Mi aspetto che un testo, anche italiano, mostri consapevolezza, costruisca sopra e riporti riferimenti aggiornati alle riflessioni più avanzate nella blogosfera e negli altri testi internazionali
  • Occupandomi da un punto di vista professionale di Enterprise 2.0 almeno dal 2007 mi aspetto che un testo del genere dia, almeno in parte anche per me, degli spunti innovativi, inediti e lungimiranti che possano aiutarmi a sviluppare nuove riflessioni sulle attività progettuali

Superate le premesse, ecco i meriti che ho riscontrati nel lavoro:

  • Si tratta del primo libro in italiano e credo ce ne fosse bisogno. Pur avendo ormai completato tre International Forum on Enterprise 2.0 in Italia ed aver scritto centinaia di articoli online o su carta, la verità è che molte realtà non sono ancora coscienti delle enormi potenzialità del fenomeno. Un libro è spesso ritenuto più autorevole di un povero blog
  • L’impostazione è più organizzativa, economica e di management che tecnologica (aspetto trattato comunque in circa 13 pagine). Ciò rappresenta una differenza rispetto ai testi americani, così come rispetto ad altri lavori legati ai social media in lingua italiana.
  • Il contenuto alterna con buon ritmo testo, tabelle e diagrammi. Ciò facilita sia la lettura che la comprensione degli argomenti trattati
  • Il focus comprende, anche se in modo limitato (qualche pagina), anche un minimo di riflessione sul Social CRM e crowdsourcing. Chi mi segue, sa bene quanto io ritenga importante la collisione/ matrimonio tra interno ed esterno dell’impresa
  • Viene ascoltata (ma in una sola pagina) l’esperienza di Acea Electrabel, azienda che sembra aver introdotto al proprio interno un’iniziativa Enterprise 2.0
  • C’è una buona sezione sull’approccio progettuale per introdurre l’Enterprise 2.0

Ed infine, passiamo a quelle che a mio modesto avviso sono lacune del testo. Ripeto, queste sono mie personali considerazioni, nate dalla semplice lettura del libro, senza conoscere Alessandro Prunesti, nè qualunque esperienza da lui accumulata sull’Enterprise 2.0. Visto il mio ruolo rispetto al mercato italiano ed internazionale, ritengo però utile condividere queste impressioni a beneficio di tutto coloro che si avvicinano professionalmente alla tematica.

In sequenza, ecco cosa non mi è piaciuto durante la lettura:

  • La struttura complessiva ed il nome dei capitoli sono un pò deboli e confusi. Ho riguardato più volte il testo, ma non sono ancora riuscito a capire il filo logico che tiene insieme tutto il materiale presentato. Alcuni capitoli hanno nomi praticamente identici (ad es. sezione 5.3 “le indicazioni strategiche per implementare i social media nell’organizzazione aziendale” e la sezione 5.4 con lo stesso nome, fatta eccezione per lo “strategiche”). Il termine social media viene “pericolosamente” avvicinato a quello di Enterprise rendendo davvero poco chiara la distinzione tra azienda e piattaforme pubbliche (questo problema ricorre moltissime volte attraverso i capitoli fornendo a mio avviso un messaggio non corretto al lettore e non sottolineando l’enorme distanza tra azienda e web 2.0 o social media). Molti concetti continuano a ripetersi due, tre volte all’interno dell’argomentazione in forma simile, ma non esattamente coincidente di nuovo complicando la comprensione. Altre scelte sono a mio avviso poco azzeccate come nel caso del termine “innovazione digitale”, locuzione mai definita e di cui non ho ancora capito il senso, ma che sembra essere un pilone portante secondo Prunesti. Attenzione: non si tratta di pignoleria. La struttura del libro da un’idea precisa dei messaggi e del contributo che l’autore vuole trasmettere e dovrebbe aiutare il lettore a costruirsi un modello mentale, una mappa del dominio che sta approfondendo. Forse si tratta di una mia impressione, ma qui la mappa non emerge proprio.
  • Alcuni imprecisioni importanti. Nessun libro è perfetto certo e possono sempre scappare delle inesattezze. Quando però le inesattezze vengono ripetute più volte e riguardano la stessa definizione del concetto di cui il libro si occupa, la cosa stupisce. A pag. 64 si spiega in due occasioni che l’Enterprise 2.0 è un concetto nato nel 2009 grazie ad uno dei maggior esperti di web 2.0. Peccato che l’Enterprise 2.0 nasca nel 2006 non nel 2009 e che Andrew McAfee (all’epoca docente ad Harvard) non sia per nulla un esperto di web, quanto di IT e dei suoi impatti sul business. Come ho scritto all’inizio, dal 2007 ad oggi l’Enterprise 2.0 ha cambiato pelle tante volte e con essa le aziende che la stanno impiegando. Perdersi questo contributo, significa essersi persi buona parte del valore del fenomeno. Purtroppo però gli errori gravi non finiscono qui. Il concetto di “uso emergente” descritto sempre a pagina 64 e poi ripreso constantemente da lì in poi è una delle chiavi di lettura di tutta l’Enterprise 2.0. Solo che per Andrew McAfee e l’intera comunità Enterprise 2.0 non significa “un ecosistema in continua evoluzione, aperto e pronto ai contributi di ciascun utente” o che “le piattaforme web 2.0… sono in costante fase beta, pronte cioè ogni giorno ad arricchirsi di nuovi servizi”! Emergenza è un termine preso dalla teoria della complessità e significa che “flussi e struttura non vengono imposti a priori (freeform), ma che al contrario il software include meccanismi capaci di far emergere i pattern di utilizzo nel tempo come frutto delle interazioni tra persone”
  • Nessun caso studio. Non troverete storie reali o casi di studio, nè presi dall’esperienza dell’autore, nè da quella di altri. Se leggessi per la prima volta di Enterprise 2.0, dopo 4 anni dalla sua nascita e non trovassi neanche il nome di un’azienda che la sta facendo.. io personalmente non sarei sorpreso in positivo sull’ambito o sul contributo del libro
  • Scarso collegamento con l’economia attuale e con i veri driver dell’Enterprise 2.0. Se ho ben compreso e sintetizzando al massimo, l’autore sostiene che la ragione ultima per cui le aziende devono lanciarsi nell’Enterprise 2.0 è l’avanzata dei social media (sia nei comportamenti delle aziende, che dei consumatori). Personalmente ritengo questa argomentazione debole per le aziende, che in larga misura continuano ad andare avanti anche senza social media, ma anche limitata nella visione. A mio avviso il motivo per cui l’Enterprise 2.0 sta diventando e continuerà a diventare un asset fondamentale per le organizzazioni di tutto il mondo è la creazione di un vantaggio strategico legato a fattori di portata molto più ampia come il big shift, la capacità di capitalizzare il lavoro dei knowledge worker, la centralità economica del coinvolgimento degli individui. L’Enterprise 2.0 è a mio avviso legata alla competizione, alla diffusione dell’innovazione a tutti i livelli della gerarchia ed oltre i confini aziendali, alla circolazione della conoscenza, alla responsabilizzazione degli individui nel creare il futuro dell’impresa. I social media descrivono solo in parte questo enorme spostamento di equilibri che va avanti ormai da decenni (tornerò sul tema a breve parlando di Big Shift)
  • Perchè scrivere un libro prendendo tanto materiale da altri? Il punto a mio avviso ancora più dolente è quest’ultimo. Con grande sorpresa (non avendo mai parlato direttamente con l’autore), ho ritrovato tantissimo del materiale proposto in questo blog e in Community Management di Emanuele Scotti e Rosario Sica (come in altre ricerche e testi) all’interno del libro:
    • Alcuni esempi che mi sono saltati agli occhi da Community Management (edizione 2010): pagina 86,87, 88, 90 (diagramma compreso),98,106 (diagramma compreso), diagramma a pagina 108, 110, 111 con diagramma, 113, 114 (il diagramma del processo di coltivazione), 115, 116, 117 (la tabella), 118 (la lista degli strumenti), 119, 120 (compreso il diagramma sulla forza dei legami), 121.
    • Invece da questo blog sono stati presi l’Enterprise 2.0 framework (pagine 119, 120, 121), qualcosa a pagina 97, l’intera descrizione del Community maturity model (chiave per il community management) prendendo praticamente per intero le pagine 101, 102, 103, 104, 105, i dati di adozione dell’Enterprise 2.0 a pagina 130, 131, 132, 133, policy a pagina 182, le regole di adozione da parte degli utenti a pagina 184 e 185, il social CRM a pagina 185, 186 , 187, 188, 189 (diagramma compreso senza attribuzione vedi il Continuum osmotico tra Social CRM ed Enterprise 2.0). Ben inteso: quasi dovunque le fonti vengono citate, ma quasi sempre senza link al post originale e comunque spesso prendendo pagine per intero. Quelli elencati mi sembrano tutti aspetti centrali nell’Enterprise 2.0.

Conclusioni

Nonostante la buona idea di scrivere un testo in italiano sull’Enterprise 2.0, come spiegato fin qui, forse si sarebbe potuto fare di più nella cura realizzativa, ma anche nei contenuti originali e nella presentazione di esperienze progettuali.

Proprio sui contenuti, benché sono convinto non ci sia niente di sbagliato nell’attingere a riflessioni di altri, qui la mole di post, articoli, pagine già viste altrove è elevata. Ne ho contate velocemente circa 35, in cui l’autore si ispira semplicemente o riprende per intero altri lavori in cui sono stato a vario titolo coinvolto e già pubblicati sul community management, sull’Enterprise 2.0, sull’adozione delle pratiche collaborative e sul Social CRM (senza contare quanto preso da fonti diverse).Insomma, tutti spunti fondamentali per il dominio trattato dal libro.

Ho esplicitato all’inizio del post il punto di vista da cui viene espressa la mia valutazione. La vostra prospettiva e le vostre necessità potrebbero essere anche molto diverse dalle mie. Vi invito quindi a leggere il libro e ad integrare il mio parere nei commenti.

Emanuele Quintarelli

Entrepreneur and Org Emergineer at Cocoon Projects | Associate Partner at Peoplerise | LSP and Holacracy Facilitator

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