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Le Lezioni dell’Enterprise 2.0
Pubblicato da Emanuele | in Enterprise 2.0
In questo post e nel seguente, intendo riprendere alcune considerazioni di Dion Hinchcliffe sulle lezioni mostrate con evidenza dal mercato Enterprise 2.0 nel 2007. Il post intitolato The State of Enterprise 2.0 risale ad Ottobre dello scorso anno, ma credo che le questioni affrontate aggiungano importanti elementi sia per i clienti che per gli esperti di Enterprise 2.0.
Con un anticipo di almeno un anno sul mercato italiano, sono ormai disponibili negli Stati Uniti, tutti gli ingredienti necessari alle aziende per valutare strumenti, opportunità e rischi dell’Enterprise 2.0, in particolare un insieme considerevole di case studies (io ne ho collezionati circa 100) relativi a diverse industries e le prime riflessioni sul ROI.
Gli stessi analisti prevedono revenue in forte cerscita. Radicati Group, analista sulle piattaforme di messaging e collaboration, parla di $920 million nel 2007 per arrivare a $3.3 billion nel 2011:

Gartner rimane più cauto avanzando cifre pari $226 million nel 2007 e $707 million nel 2011, con una crescita anno su anno comunque impressionante (41%). Già il fatto che gli analisti stimino per la prima volta il mercato del business social software è di per sè un ottimo segnale.
Il 2007 ci ha quindi permesso di percorrere una parte del cammino di avvicinamento all’Enterpries 2.0, ma la strada appare ancora lunga e sfidante. Secondo Dion le due domande più importanti in questa fase sono:
- Disponiamo delle funzionalità necessarie all’interno dei prodotti Enterprise 2.0 esistenti?
- Abbiamo capito come utilizzare queste funzionalità per garantirci un buon ritorno sugli investimenti?
La risposta a simili domande aiuta a fotografare lo stato di un mercato che sta divenendo più maturo e può fare tesoro sulle lezioni apprese (a volte a caro prezzo) dai pionieri durante il 2007 (ispirate ai 7 punti presentati da Dion Hinchliffe):
- L’Enterprise 2.0 non rappresenta una scelta, ma una presa di coscienza. La consumerizzazione del mondo enterprise è un processo che richiede tempo, ma che non può essere arrestato. Sempre più stesso l’Enterprise 2.0 entra in azienda in modo carbonaro, a budget zero, tramite pilot lanciati con piattaforme open-source o SaaS. Anche senza l’aiuto dell’IT ben il 3-8% dei dipendenti già utilizza strumenti di Enterprise 2.0 secondo Forrester. Le aziende che fanno finta di non vedere, corrono il rischio considerevole di perdere il controllo dell’informazione generata, pubblicata e consumata dai loro dipendenti fuori e dentro la intranet. Alle aziende rimane solamente da decidere il livello di controllo o di supporto a questo fenomeno per evitare rischi di sicurezza, la creazione di nuovi silos e la duplicazione dei dati.
- Enterprise 2.0 non significa solo blog e wiki. L’obiettivo è sempre individuare gli strumenti migliori nel contesto di applicazione. Prediction markets (es. HP BRAIN) , piattaforme di innovazione (es. Innocentive) e social bookmarking (Cogenz e Connectbeam) sono in forte crescita
- L’Enterprise 2.0 è un modo di pensare, non si compra. Brutta notizia per chi pensava che fosse sufficiente scegliere il prodotto giusto. E’ possibile deployare la migliore suite Enterprise 2.0, ma essa sarà inutile se non viene integrata con i sistemi enterprise già presenti, con un adeguato meccanismo di ricerca, con un sistema di single-signon, con i sistemi di directory e di posta elettronica, etc. Per ottenere questo livello di integrazione è necessario andare ben oltre il pilot ed ottenere un chiaro commitment da parte del top management.
- Sono le persone. Fare di tutto per scegliere la soluzione, deployarla ed integrarla non è sufficiente per ottenere dei ritorni allineati con le aspettative dell’azienda. Il lavoro sul cambiamento delle persone, dei processi e dei modelli organizzativi è importante quanto la parte tecnologica. Le iniziative Enterprise 2.0 non sono progetti software ma percorsi di cambiamento ed innovazione che coinvolgono tutta l’azienda stravolgendo le modalità di lavoro, comando e collaborazione. Ciò non avviene dall’oggi al domani e non è comunque possibile senza mettere in campo competenze specifiche capaci di analizzare il contesto, individuare dei champions, attivare le community, supportarle con l’aiuto di una redazione, definire delle metriche, estrapolare i risultati e discuterli con il management. I dipendenti devono capire che benefici hanno dalla partecipazione, ma anche il modo in cui un blog, un wiki o qualunque altro tool vanno utilizzati.
- Ci vuole tempo. L’Enterprise 2.0 è in grado di portare i benefici che promette, ma i risultati richiedono tempo per essere costruiti. Gli utenti si convincono gradualmente dell’utilità (quando questa è ovviamente presente) di un nuovo modo di compiere il loro lavoro. Esistono sempre delle resistenze, dei dubbi e delle paure. Il processo di crescita è spesso non lineare e comunque non istantaneo. E’ opportuno settare aspettative realistiche. 6 mesi sono un tempo ragionevole per avviare un effetto network ed una crescita che si autosostenga.
- L’Enterprise 2.0 non sostuisce i vecchi software. Al contrario è proprio nell’integrazione che risiede il valore aggiunto. Applicazioni in grado di realizzare flussi strutturati continueranno ad esistere. Le caratteristiche di emergenza, mancanza di struttura e flessibilità dell’Enterprise 2.0 si rivolgono ad utilizzi diversi e permettono l’immagazzinamento e l’elicitazione di un differente tipo di conoscenza (implicita). Ciò non toglie che ci sia in corso una reciproca contaminazione tra tool tradizionali ed emergenti.
- Il cambiamento è emergente e non prevedibile. L’Enterprise 2.0 non porta solamente aumenti di produttività, riduzioni dei costi o migliori strumenti di collaborazione. Il cambiamento introdotto è spesso più sottile dato che abilita democraticamente tutti i dipendenti a dare il proprio contributo. Creare collegamenti trasversali tra persone, gruppi e dipartimenti, oltre le barriere geografiche o la business unit, significa riprodurre lo stesso fermento che sperimentiamo sul web in termini di innovazione, creatività e contaminazione. L’ampia disponibilità di strumenti privi di workflow e strutture predefinite apre infine le porte ad usi assolutamente imprevisti ed originali delle informazioni altrimenti disperse in azienda. Widget, personal homepages e mashup sono i riferimenti in questo ambito.
Infine, come bonus, allego l’immagine che Dion utilizza al punto 2 (Effective Enterprise 2.0 seems to involve more than just blogs and wikis).

Il diagramma in questione costituisce un ulteriore criterio di classificazione delle maggiori tecnologie dell’Enterprise 2.0. Il principio utilizzato è evidentemente il grado di emergenza garantito dallo strumento, con il social networking considerata tecnologia più strutturata ed i wiki come supporto completo all’emergenza.
Questo diagramma può anche essere utilizzato come una guida alla progettazione di soluzioni, tramite la scelta delle opzioni più utili in base alla cultura dell’azienda ed ai risultati attesi (più o meno emergenti).
Come sempre sarebbe interessante aggiornare il diagramma introducendo anche strumenti di microblogging come twitter e tumblr.
Tags: 2007, dion-hinchcliffe, emergence, enterprise 2.0, lessons, radicati
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4 Responses to “Le Lezioni dell’Enterprise 2.0”
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gennaio 28th, 2008 at 1:12
[...] Le Lezioni dell’Enterprise 2.0 [...]
gennaio 29th, 2008 at 3:16
[...] 29, 2008 Sull’ottimo “The Social Enterprise” Emanuele Quintarelli fornisce 2 interessanti analisi su “… alcune considerazioni di Dion Hinchcliffe sulle lezioni mostrate con [...]
febbraio 9th, 2008 at 5:53
E perché non hai provato ad aggiornare l’ultimo diagramma allora!?
Nella scala degli strumenti per le emergenze dove metteresti il microblogging?
aprile 26th, 2008 at 8:15
[...] questo blog. Qualche tempo fa avevo ripreso lo studio di Radicati Group sottolineando come l’Enterprise 2.0 fosse uscita dallo stato embrionale per puntare a dimensioni di rilievo (3 B$ nel 2011) con una crescita anno su anno vicina al [...]