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Social Enterprise: Il social dentro l'azienda

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Come architetture di partecipazione, intelligenza collettiva e meccanismi di emergenza stanno rivoluzionando il modo in cui le aziende fanno business e generano profitti

Co-progettare l’Enterprise 2.0 con l’utente al centro

Pubblicato da Emanuele Quintarelli | in Enterprise 2.0

Negli ultimi anni i blog e le persone che scrivono di Enterprise 2.0 si sono moltiplicati ed ho avuto personalmente la fortuna di conoscere tanti consulenti, uomini di azienda, pensatori che stanno contribuendo in modo significativo a questo dominio affrontandone un pò tutte le sfaccettature dalla tecnologia, al ROI, alla governance, all’adozione, agli impatti organizzativi e di leadership.

Ciò che quasi mai ho letto è stato però da dove iniziare e come agire a livello meramente operativo per far penetrare i principi dell’Enterprise 2.0 all’interno dell’azienda. Un pò il segreto del cambiamento!

Vanno bene i pilot, le strategie, le integrazioni di lungo termine, ma in che modo rendere 2.0 un’azienda che ancora non lo è (o che lo è in modo parziale)? In altre parole, come muoversi per dare avvio e coltivare il cambiamento? Questo primo passaggio nella mia esperienza è il più critico ed il più impattante sull’esito finale del progetto dato che proprio da qui si vede quanto sia realizzabile il passaggio ad una cultura, ad una organizzazione, ad un’infrastruttura ed ad un sistema di governance tali da abilitare il nuovo modo di lavorare di cui l’Enterprise 2.0 è portatrice.

Ho parlato di cambiamento non a caso, poiché a differenza di quanto molti credano, possedere le condizioni appena descritte non è quasi mai il punto di partenza, ma al contrario quasi sempre un orizzonte a cui tendere con pazienza seguendo un percorso di cambiamento anche lungo e difficoltoso che riorienti i meccanismi su cui l’azienda funziona al fine di trarre vantaggio delle dinamiche partecipative che la rete ci ha insegnato.

Se l’Enterprise 2.0 è davvero un percorso di cambiamento, in che modo è possibile far accadere questo cambiamento e successivamente renderlo scalabile all’interno di tutta l’organizzazione ed addirittura oltre i suoi confini?

Su questi temi sono stato invitato a portare la mia esperienza all’interno del workshop Methods. Process of Change, un workshop unico al mondo, organizzato dalla Fondazione Pistoletto, Love Difference e Artway of Thinking per facilitare la contaminazione tra discipline diverse sugli approcci partecipati al cambiamento applicato all’individuo ed ai sistemi complessi.

Ho tentato di dare un contributo al tema mostrando l’approccio utilizzato in Open Knowledge per co-progettare soluzioni collaborative in modo centrato sull’utente:

Vi invito a scorrere velocemente le slide, mentre qui mi limiterò a riprendere alcuni elementi che a mio avviso costituiscono una prima risposta alle domande iniziali:

  • L’Enterprise 2.0 è un processo di cambiamento culturale, organizzativo e tecnologico mirato all’engagement delle persone sia all’interno che all’esterno dell’impresa al fine di raggiungere insieme obiettivi di business
  • Nella maggior parte delle organizzazioni moderne esiste tuttavia un gap di engagement: più dell’80% degli impiegati non mettono se stessi nel lavoro vanificando tutto o parte del loro potenziale. Questo potenziale costituisce però un asset economico sostanziale nei mercati più competitivi e turbolenti
  • A differenza di quanto le imprese vogliano credere, questo gap non è generalmente dovuto ad una mancanza di voglia da parte dei dipendenti quanto a errati o inefficienti meccanismi di leadership e management messi in campo dall’azienda

Nella mia esperienza, un approccio di coprogettazione centrato sulle esigenze dell’individuo consente di ridurre questo gap coinvolgendo le persone nel definire collaborativamente il problema (ascolto), nel costruire una soluzione (codesign in modalità creativa) che esse stesse sentiranno come propria (ownership), raffineranno (iterazione) e diffonderanno sul resto dell’organizzazione (diffusione).

Per rendere il tutto più concreto e credibile, ho raccontato questo percorso utilizzando il caso Lago, in cui in sole 8 settimane è stato possibile ridisegnare in modo collaborativo ed emergente il processo di sviluppo del prodotto, passando da una fase pilota a quella di lancio sull’intera azienda.

Come spiego nell’ultima slide della presentazione, questo approccio partecipato al lancio ed alla coltivazione di community viene raramente discusso quando si parla di Enterprise 2.0 pur presentando fortissimi vantaggi in termini di:

  • Migliore comprensione di ciò che conta per le persone a livello informativo e di processo
  • Più efficiente costruzione di una soluzione che realmente risponda a queste esigenze, in tempi e costi più bassi (meno rework)
  • Senso di appartenenza e ownership più forte su quanto costruito a differenza di soluzioni imposte arbitrariamente dall’alto
  • Creazione di un gruppo di champions più disponibili a migliorare la soluzione ed a diffonderla presso i colleghi
  • Chiarezza da parte di tutti gli attori coinvolti sull’approccio inerentemente iterativo e di miglioramento continuo degli ambienti

Perché lanciare dei pilot che nascono dalle persone e che vengano “posseduti” dalle persone è così importante? In ultima analisi perchè si tratta di un approccio concreto per la realizzazione del cambiamento ed ancora di più per la diffusione di questo cambiamento in modo scalabile ed economicamente sostenibile per l’impresa.

So che alcune delle persone che leggono questo blog hanno importanti competenze in quest’area. Vi aspetto nei commenti..

May 23rd, 2010

  • http://ibridazioni.com Gian

    Grazie dell’attestato di stima.

    Un progetto di E2.0 è una indiretta consulenza sulla Cultura Organizzativa, questo deve essere ormai chiaro nel 2010.
    Costruire o meglio co-costruire una community vuol dire far nascere gradualmente un gruppo con le sue prassi, scale di valori, strategie, abitudini, ecc.. Ci vogliono competenze e metodologie per fare tutto ciò, non basta conoscere hardware e software. A meno che non si voglia vendere solo uno strumento ma con l’elevato rischio di avere costose intranet e community usate poco e male.
    Molte delle applicazioni collaborative di cui si fa uso in un progetto di E2.0 non sono più solo artefatti cognitivi ma anche sociali.
    Questo uso della componente sociale dei network per obiettivi aziendali non può passare solo attraverso l’analisi dei bisogni funzionali e il design delle interfacce ma anche attraverso strategie di coinvolgimento, comunicazione e co-costruzione del network stesso. Il punto è riuscire a farlo innescando dinamiche emergenti bottom-up e non solo top-down, alleandosi con la persona-utente e non solo col professionista-utente, usando incentivi intrinseci e non solo estrinseci, ecc., ecc., ecc..
    I margini di maturazione e affinamento dell’E2.0 sono ancora molto ampi e credo che non solo Psicologia applicata all’IxD abbia molto da proporre a riguardo ma anche la Psicologia delle Organizzazioni (bisogna agire parallelamente su più livelli).

  • http://www.mucignat.com Alberto Mucignat

    ciao Emanuele,

    mi piacerebbe sapere in che modo è stato condotto il codesign, con quali stakeholders e quali sono stati i deliverable prodotti.

    in generale, non è semplice fare co-design (o sarebbe meglio dire “participatory design”?), anzi spesso è un rischio, per questo la cosa mi incuriosisce.

    comunque ti faccio i miei complimenti, per la mia esperienza i tempi che avete tenuto sono strettissimi.

    ma di queste cose spero che avremo modo di parlarne a Milano ;-)

    ciao

  • Emanuele Quintarelli

    Ciao Alberto,
    in un’ottica di rottura dei silos aziendale, il co-design è stato condotto con 30 persone circa (su 150 circa), rappresentati tutti i dipartimenti potenzialmente coinvolti nello sviluppo del prodotto: ufficio tecnico, ufficio acquisti, designer, operation, ufficio commerciale, call center, post vendita, relazioni esterne, etc. Per ogni ufficio sono stati coinvolti sia il direttore che alcune figure operative.

    Sono stati prodotti diversi deliverable in questa fase tra cui:

    - la ricostruzione collaborativa del processo originale (come mostrato nelle slide) con attività ripartite per dipartimento
    - il diagramma di flusso del processo originale
    - la schematizzazione del processo ottimizzato ed arricchito tramite le interazioni sociali con rappresentazione del ruolo di ogni figura
    - uno spazio di supporto direttamente all’interno dello strumento in cui continuare a rivedere il modello prodotto
    - uno spazio operativo strutturato in modo da abilitare lo sviluppo sociale del prodotto come concordato
    - altra documentazione di formazione e supporto alla nuova modalità di lavoro

    E’ importante sottolineare come il co-design in realtà non si sia limitato alla fase iniziale, ma sia continuato lungo tutto il processo di change management (ovvero tutto il progetto).

  • Pingback: Trasumanar e organizzar » Oltre ogni Bubbio

  • http://mariogastaldi.com Mario Gastaldi

    Ciao Emanuele,
    bel post!
    E grazie dell’apprezzamento.
    Ho aggiunto qualche idea qua: http://bit.ly/9eS904