The Social Enterprise
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L’Enterprise 2.0 in pratica
Pubblicato da Emanuele | in Enterprise 2.0
Dopo un 2008 piuttosto intenso dal punto di vista dell’Enterprise 2.0, il mercato (anche italiano) ha compiuto secondo la mia percezione alcuni passi in avanti nel capire come questa nuovo approccio all’impresa sia qui per rimanere, portando effetti estremamente profondi e dirompenti che nessuno può più permettersi di ignorare. Molto meno diffusa appare invece una reale esperienza sulle molteplici difficoltà che ogni progetto Enterprise 2.0 reale poi comporta..
Arrivata la fase dei pilot, sempre più aziende iniziano oggi a rendersi conto come il destino dei progetti di social networking non sia tanto legato alla tecnologia, quanto all’identificazione di business case, metriche, policy e modalità di governance, dinamiche culturali ed in ultima analisi un adeguato livello di partecipazione degli individui.
Per fare luce su questi aspetti, piuttosto che lanciarsi in previsioni di crescita mirabolanti o grafici che spesso si limitano a fotografare questo mondo troppo dall’alto, mi piace invece rilanciare alcuni spunti dal recente studio Social Networking Within the Enterprise di Burton Group sui fattori organizzativi, di business e tecnologici centrali nelle strategie di impiego delle community aziendali.
- Avviare una community è difficile, ma non impossibile. C’è ancora molta discussione sull’opportunità di rendere più sociale il contesto aziendale, ma molti iniziano a vedere in questa possibilità la risposta a spinte come la mobilità, il lavoro distribuito, le differenze generazionali, l’apprendimento continuo, l’innovazione dal basso, l’apertura ed il riutilizzo collaborativo della conoscenza presente nell’organizzazione. Ciò nonostante, tirare fuori un business case convincente non è banale ed ancora meno semplice è identificare con certezza ROI, le metriche più opportune da considerare, i benifici che si portano a casa. Si tratta di ancora più di un’arte che di una scienza ed avere esperienze precedenti fa la differenza.
- E’ centrale affrontare da subito bisogni culturali ed obiettivi di business. La cultura aziendale influenza ogni aspetto delle community causando ostacoli come quantità eccessiva di controllo, resistenze al cambiamento, relazioni puramente top-down tra manager e dipendenti. Un approccio bottom-up è necessario e non sufficiente a smarcare questo punto. Per scatenare il cambiamento serve spesso un chiaro commitment dall’alto ed il coinvolgimento di Risorse Umane e Dipartimento Legale per esplicitare policy, regole, comportamenti ammessi, codici di condotta che consentano poi alla community di autoregolarsi con serenità. Proprio l’HR ha qui l’occasione per ritagliarsi un nuovo ruolo nel trattenere la conoscenza delle persone vicine alla pensione e nel rispondere alle aspettative tecnologiche degli ultimi arrivati, garantendo un inserimento ottimale nell’ecosistema dell’impresa.
- L’Adozione da parte degli utenti è la sola chiave del successo. Come sa bene chi si è occupato di knowledge management, questo è l’aspetto più delicato, ma anche più importante. Alcune buone idee sono il coinvolgere fortemente gli early adopters, premiare gli utenti più attivi, lo stimolare la partecipazione diversificando gli interventi di community management (contenuti, eventi e contest, idee di attivazione degli utenti). Lanciare un’iniziativa di social networking significa al contempo coltivare una community intorno ad un interesse comune, all’incontro con i propri simili, alla creazione di relazioni professionali e personali, al miglioramento delle proprie competenze.
- Tutto questo è difficile per le organizzazioni centrate sulla tecnologia. Le persone sono diverse dai processi! Finora l’IT è stata spesso più un ostacolo che un protagonista o anche solamente un facilitatore del passaggio all’Enterprise 2.0. Il focus non è più il deployment, ma quello che viene dopo e la capacità di scegliere soluzioni che piacciano non ai tecnici, ma agli utenti finali. Sono le linee di business che contano ed una ottima user experience ha forti implicazioni sui livelli e tempi di adozione. Ad ogni modo i prodotti che sono più emersi all’interno del report sono Lotus Connections, Jive Clearspace e Office Sharepoint Server 2007.
La mia esperienza di progettazione e coltivazione di gruppi online mi suggerisce che proprio questi temi dovrebbero essere posti al centro di qualunque strategia mirata a creare comunità vitali ed allineate agli obiettivi aziendali.
Sono temi scontati o si tratta di aspetti importanti anche per voi? Cos’altro va tenuto in conto?
aprile 2nd, 2009 at 7:17
Io penso che un approccio di successo a progetti E2.0 deve inevitabilmente passare per una corretta sponsorship interna. Ormai non è più una questione di tecnologia (semmai una discriminante importante è il costo di mantentimento di una piattaforma 2.0) quanto ottenere l’appoggio di alcuni funzioni chiave (ne cito due: organizzazione e HR) affinchè i dipendenti siano incentivati a GENERARE informazioni e CONDIVIDERLE con il resto della comunità aziendale (superando propri istinti conservativi). Infine non dimentichiamolo: geneare conoscenza strutturata è faticoso! Grazie per gli spunti interessanti che ci hai dato.
aprile 2nd, 2009 at 3:39
Per fornire uno spunto in più, credo in tema con l’argomento, volevo segnalarti Emanuele l’ultimo mio post, sulla misurabilità dei social media. Sarebbe interessante sapere cosa ne pensi tu e cosa ne pensano i tuoi lettori. Il link è nella firma.
Antonio
aprile 8th, 2009 at 7:08
E’ importante chiarire gli obiettivi, le esigenze, le necessità che l’E2.0 vuole e può affrontare. Non si tratta di fare dell’E2.0 una ideologia (e, per essere chiari, Emanuele non la fa) ma di difendere il reale valore di questa evoluzione delle organizzazioni. Quando, come e in che contesti certe prassi da social network e logiche bottom-up sono un valore competitivo? Questo è un esempio, ma è a queste domande che bisogna rispondere e in modo non generico.