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Come architetture di partecipazione, intelligenza collettiva e meccanismi di emergenza stanno rivoluzionando il modo in cui le aziende fanno business e generano profitti

Enterprise 2.0 pilot si o no?

Pubblicato da Emanuele Quintarelli | in Enterprise 2.0

Sicuramente qualcuno di voi avrà già letto l’interessante post Drop the Pilot in cui Andrew McAfee, padre fondatore dell’Enterprise 2.0, muove pesanti critiche all’approccio di lancio dei progetti finora promosso da buona parte degli esperti in questo dominio. A dire la verità, la posizione adottata da Andrew non è particolarmente originale dato che prima di lui Michael Idinopulos di Socialtext aveva sostenuto lo stesso punto di vista, suscitando parecchio rumore all’interno della community.

In ambito Enterprise 2.0, per me un pilot è

una modalità di costruzione e diffusione di un percorso di adozione di nuove pratiche collaborative che risponde ad una logica iterativa, incrementale, partecipata e di contenimento delle resistenze organizzative

In altri termini, si tratta di una strategia pensata per garantire sonni tranquilli al management e soprattutto per ingaggiare gli utenti facendo ruotare intorno a loro la co-progettazione di contenuti e servizi presenti all’interno della community.

Quali sono le critiche principali mosse da Andrew?

  • Il numero di persone coinvolte: i pilot sono generalmente limitati ad un numero ridotto di persone (di norma una piccola percentuale del numero totale di dipendenti)
  • La scarsa diversità dei partecipanti: lanciare pilot dipartimentali o su gruppi che operano in un contesto fisico e operativo ben delimitato significa andare a pescare individui fortemente connessi, il cui delta personale di conoscenza rispetto al gruppo è  marginale

Ancora più dei criteri di selezione dei pilot, alla base dell’osservazione di McAfee c’è la convinzione che l‘Enterprise 2.0 sia innanzitutto e soprattutto una questione di serendipity:

The more I learn about and think about the value of emergent social software platforms, the more I suspect that the deep meta-benefit they provide is technology-enabled serendipity, defined as ‘good luck in making unexpected and fortunate discoveries.’ Serendipity is possible when we’re collaborating with our close colleagues on a well-defined project, but that’s probably when it occurs least often. It’s much more likely during wide forays and broad searches, the kind that are so easy to do with current technologies.

Se fosse tutto qui, Andrew avrebbe assolutamente ragione ed i pilot non sarebbero in nessun caso rappresentativi della massa critica necessaria a scatenare e rendere evidenti all’organizzazione le dinamiche esponenziali di interazione tipiche delle comunità online. Ma, a mio avviso, l’Enterprise 2.0 non è solo ed esclusivamente serendipity.

Riprendendo il mio Enterprise 2.0 Framework, elaborato proprio a partire dal Bull’s Eye di McAfee, si evince chiaramente come aldilà della forza dei legami tra i partecipanti, ciò che fa la differenza è anche l’obiettivo aziendale per cui il progetto viene lanciato:

Se intercettare l’intelligenza collettiva e capitalizzare expertise non codificate in modo emergente è certamente uno dei contributi originali più importanti dell’Enterprise 2.0, il permettere a persone lontane di trovarsi, rimanere in contatto, collaborare asincronamente, lasciando traccia degli output anche parziali e massimizzando la riutilizzabilità di questi asset nel tempo, non dovrebbe essere per nulla ignorato. Questi tra l’altro sono gli scenari più frequentementi applicabili nella piccola e media Enterprise che costituisce buona parte del mercato italiano ed europeo.

Scartare i pilot come inutili mirando dal giorno 1 all’adozione su larga scala introduce allora grosse barriere:

  • Si rischia di perdere di vista i benefici dell’Enterprise 2.0 esistenti a livello di team, di gruppo e di dipartimento (almeno il 50% del diagramma di sopra)
  • Si introducono dannose paure e resistenze da parte del management in termini di budget, rischio, esposizione negativa. Per cui invece di raggiungere l’intera azienda, si potrebbe finire per non provare per nulla.
  • Si sollevano problemi politici ed organizzativi ancora prima di mostrare la validità degli approcci partecipativi, perché se il progetto non è un pilot allora tutte le funzioni aziendali dovranno necessariamente essere coinvolte dall’inizio
  • Si rinuncia alla possibilità di partire veramente dal basso nell’identificare i reali problemi delle diverse componenti dell’azienda e nel coinvolgere le persone come owner del progetto, mettendo a repentaglio lo stesso meccanismo di adozione su larga scala che si vuole raggiungere eliminando i pilot

Qual è allora l’approccio più efficace per lanciare e coltivare un progetto Enterprise 2.0 fino a raggiungere l’intera organizzazione?

A mio avviso purtroppo la risposta in generale non è esiste, ma al contrario dipende dal tipo di obiettivo (e quindi ancora prima dal tipo di bisogno) a cui si vuole dare risposta. Se per la collaboration un piccolo gruppo è assolutamente appropriato, per gli altri livelli si deve in effetti raggiungere la massa critica. Mentre però per l’intelligenza collettiva questi numeri sono necessariamente importanti, per i livelli intermedi a volte è sufficiente partire con 30-50 persone.

Molto dipende anche dalla preesistenza di barriere organizzative, culturali, geografiche tra i partecipanti al pilot, in quanto più queste barriere sono alte e maggiore sarà il valore generato dal mettere in condizione le persone di lavorare insieme. Infine conta moltissimo anche la posizione e la reputazione delle persone che si vanno ad invitare nei pilot: per esempio scegliendo attentamente influencer, gatekeeper, connector nella rete degli scambi informali, si avrà molta più probabilità di diffondere in tempi brevi il cambiamento anche con uno sforzo limitato.

Pilot si? Pilot no? Meglio non generalizzare. Dipende!

This post is also available in: Inglese

April 23rd, 2010

  • http://www.intranetmanagement.it Giacomo Mason

    aggiungo che possono esserci diverse interpretazioni dei pilot: ad esempio nel caso di progetti pensati per piccoli gruppi il pilot consiste nel partire con alcuni gruppi-pilota, mentre nei progetti pensati per grandi gruppi il pilot consiste
    o nell’individuare un sottoinsieme di persone
    o nell’individuare un sottoinsieme di temi
    o nell’individuare un sottoinsieme di task.

    E chiaro, che se fai crwodsourcing sui problemi organizzativi dovrai partire “lancia in resta” su tutti con una massiccia campagna di comunicazione a contorno, se no rischi di compromettere l’obiettivo stesso, ma come dici giustamente questo è solo un caso-limite e sottoinsieme dei possibili progetti collaborativi.

  • http://www.oneweb.biz Massimo Rossello

    Grazie per l’ottimo articolo.
    Le tue conclusioni evidenziano come chi propone tecnologia si trova sempre più coinvolto in questioni di carattere sistemico nelle organizzazioni per agevolare l’adozione delle proprie soluzioni. I tecnici, soprattutto coloro che hanno pensato una soluzione e che non sono nei panni degli adopters, non sono propriamente nella miglior posizione per questo compito.

    Bene sarebbe allora che chi fa tecnologia faccia tecnologia, e costituisca una partnership efficace con chi si occupa di competenze trasversali, apprendimento organizzativo, intelligenza collettiva, analisi sistemica e formazione per professione, al fine di ottenere una introduzione efficace degli strumenti a supporto di questi temi in azienda.

    Il ruolo chiave delle persone-ponte con conoscenze in entrambi i mondi al fine di coordinarli efficacemente rimarrebbe inalterato, ma gli aspetti relativi alle dinamiche interpersonali sarebbero trattati da professionisti.

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  • http:///www.synistema.com Paolo Bassetti

    Davvero molto interessante e preciso, grazie!

    Concordo a fondo sulle problematiche organizzative e “politiche” derivanti dal bypass del progetto pilota.

    Noto però che, lavorando sulla sfera che indichi come più “interna” della collaboration prevalentemente in realtà di medio-piccole dimensioni, il confine tra la fase pilota e il pieno take-up spesso si confonde e i due momenti si compenetrano: la rete sociale e la sua viralità sono spesso più forti delle nostre metodologie.

  • Emanuele Quintarelli

    Ciao Paolo,
    grazie per il commento. Concordo sul fatto che in piccole realtà il pilot possa coincidere come dimensioni con il roll-out definitivo.

    Anche qui rimangono però alcune differenze importanti tra pilot e ro–lout:

    - applicazione di quanto appreso nel pilot a team e scenari di lavoro differenti. Si può trattare di gruppi piccoli, ma coinvolti in attività e domini anche molto diversi

    - più profonda integrazione delle nuove modalità di collaborazione all’interno dei flussi di lavoro e dei processi esistenti

    - riconoscimento (in termini di risorse economiche allocate, supporto umano, prassi consolidate) da parte dell’organizzazione

    - più forte attenzione alla misurazione dei risultati

    - apertura di quegli stessi approcci oltre i confini dell’impresa

    - possibilità di sperimentare e di scartare molteplici soluzioni tecnologiche. Questo può avvenire nel pilot, ma diventa molto costoso dopo il suo termine

    In ogni caso continuo a vedere valore sia politico che organizzativo nel passaggio attraverso un pilot