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	<title>Comments on: Migliorare la collaborazione tra tecnologia e cultura</title>
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	<description>Social Enterprise: Il social dentro l&#039;azienda</description>
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		<title>By: Un libro italiano sull&#8217;Enterprise 2.0</title>
		<link>http://www.socialenterprise.it/index.php/2009/11/01/migliorare-la-collaborazione-tra-tecnologia-e-cultura/comment-page-1/#comment-1876</link>
		<dc:creator>Un libro italiano sull&#8217;Enterprise 2.0</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Nov 2010 20:29:55 +0000</pubDate>
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		<description>[...] strategico legato a fattori di portata molto più ampia come il big shift, la capacità di capitalizzare il lavoro dei knowledge worker, la centralità economica del coinvolgimento degli individui. L&#8217;Enterprise 2.0 è a mio [...]</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>[...] strategico legato a fattori di portata molto più ampia come il big shift, la capacità di capitalizzare il lavoro dei knowledge worker, la centralità economica del coinvolgimento degli individui. L&#8217;Enterprise 2.0 è a mio [...]</p>
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		<title>By: Gian</title>
		<link>http://www.socialenterprise.it/index.php/2009/11/01/migliorare-la-collaborazione-tra-tecnologia-e-cultura/comment-page-1/#comment-979</link>
		<dc:creator>Gian</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Nov 2009 22:05:44 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.socialenterprise.it/?p=240#comment-979</guid>
		<description>Caro Emanuele, sepero di non sbagliarmi ma le convergenze con Mo.De. http://tinyurl.com/ylansju diventano sempre più frequenti :)

A mio parere, quando identifichiamo i principali obiettivi della E2.0, stiamo parlando di cambiare comportamenti, prassi collaborative, stili relazionali, scale valoriali ... tutti fattori psicologici, sociali e culturali all&#039;interno dell&#039;azienda.

L&#039;E2.0 non è il nuovo modo di vendere piattaforme o applicazioni (come la maggior parte dell&#039;offerta propone) ma una rivoluzione nelle prassi collaborative e nell&#039;essere gruppo.

Come si progettano le motivazioni, gli incentivi?

Come si facilitano l&#039;adozione e diffusione di certe prassi potenziate da determinate applicazioni e interfacce?

Come si esplicitano i conflitti, le dinamiche nascoste, la conoscenza implicita?

Come inizare il cambiamento della cultura interna, delle reti relazionali, delle scale valoriali?

Beh, non basta il punto di vista di un esperto di software e piattaforme, no?

Non si deve pensare alle applicazioni 2.0 e collaborative solo come strumenti di gestione e produzione di conoscenza che magicamente creano partecipazione ma come &quot;luoghi psicologici e sociali&quot; progettati e\o selezionati ad hoc su un gruppo, su utenti all&#039;interno di una consulenza che ha più a che fare con la psicologia delle organizzazioni che non l&#039;ICT.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Emanuele, sepero di non sbagliarmi ma le convergenze con Mo.De. <a href="http://tinyurl.com/ylansju" rel="nofollow">http://tinyurl.com/ylansju</a> diventano sempre più frequenti <img src='http://www.socialenterprise.it/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':)' class='wp-smiley' /> </p>
<p>A mio parere, quando identifichiamo i principali obiettivi della E2.0, stiamo parlando di cambiare comportamenti, prassi collaborative, stili relazionali, scale valoriali &#8230; tutti fattori psicologici, sociali e culturali all&#8217;interno dell&#8217;azienda.</p>
<p>L&#8217;E2.0 non è il nuovo modo di vendere piattaforme o applicazioni (come la maggior parte dell&#8217;offerta propone) ma una rivoluzione nelle prassi collaborative e nell&#8217;essere gruppo.</p>
<p>Come si progettano le motivazioni, gli incentivi?</p>
<p>Come si facilitano l&#8217;adozione e diffusione di certe prassi potenziate da determinate applicazioni e interfacce?</p>
<p>Come si esplicitano i conflitti, le dinamiche nascoste, la conoscenza implicita?</p>
<p>Come inizare il cambiamento della cultura interna, delle reti relazionali, delle scale valoriali?</p>
<p>Beh, non basta il punto di vista di un esperto di software e piattaforme, no?</p>
<p>Non si deve pensare alle applicazioni 2.0 e collaborative solo come strumenti di gestione e produzione di conoscenza che magicamente creano partecipazione ma come &#8220;luoghi psicologici e sociali&#8221; progettati e\o selezionati ad hoc su un gruppo, su utenti all&#8217;interno di una consulenza che ha più a che fare con la psicologia delle organizzazioni che non l&#8217;ICT.</p>
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	<item>
		<title>By: Gio</title>
		<link>http://www.socialenterprise.it/index.php/2009/11/01/migliorare-la-collaborazione-tra-tecnologia-e-cultura/comment-page-1/#comment-977</link>
		<dc:creator>Gio</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Nov 2009 20:22:53 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.socialenterprise.it/?p=240#comment-977</guid>
		<description>&quot;Spunto&quot; e non &quot;sputno&quot;, scusate! 
In una piccola impresa stiamo provando una esperienza abbastanza particolare. Sempre più spesso la pmi terziarizza alcuni ruoli, in particolare quelli legati agli adempimenti organizzativi. Mi spiego meglio: l&#039;aggiornamento della mappa organica, dei ruoli e delle responsabilità a seguito di cambiamenti occorsi, quando questa formalizzazione è resa necessaria da regolamenti più o meno di tipo volontario, la gestione di procedure o la raccolta, catalogazione ed archiviazione di informazioni che sintetizzano lo sviluppo dell&#039;organizzazione stessa, sono esempi di serivi spesso dati in appalto a consulenti. Queste informazioni non sono altro che il momento conclusivo di un processo di modifica e sviluppo di conoscenza partito altresì dalle risorse interne all&#039;organizzazione. 
L&#039;avvio di un processo diverso di lavoro, fondato sulla conoscenza delle persone e sulla loro capacità di collaborare con sempre maggiore efficacia e soprattutto efficienza sconta in genere la maturità dell&#039;imprenditore riguardo a queste tematiche, quella maturità che oggi impedisce alle organizzazioni di avviare con successo progetti di &quot;Enterprise 2.0&quot;  Anzichè spingere allora su questi operatori per avviare percorsi di formazione esplicitamente diretti alla sensibilizzazione ed alla formazione  delle risorse, perchè non provare a sollecitare curiosità ed interesse attorno al lavoro del consulente esterno, in particolar modo relativamente alle particolari modalità utilizzate per la gestione della conoscenza? 
Lo sfruttamento della curiosità indotta dall&#039;utilizzo, nel proprio contesto lavorativo, di nuovi strumenti e nuove tecnologie, se sapientemente accompagnato da un buon livello di entusiasmo ed &quot;educazione&quot; (argomento che da solo si presterebbe ad ampie discussioni) dovrebbe favorire un orientamento naturale degli imprenditori e delle persone a questa nuova forma di lavoro.
Il metodo di lavoro utilizzato dal consulente diventa &quot;traino&quot; allo sviluppo dell&#039;organizzazione.
Certo, affinché questo possa accadere è prerequisito che il consulente abbia già fatto il primo passo ovvero sia un operatore 2.0!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Spunto&#8221; e non &#8220;sputno&#8221;, scusate!<br />
In una piccola impresa stiamo provando una esperienza abbastanza particolare. Sempre più spesso la pmi terziarizza alcuni ruoli, in particolare quelli legati agli adempimenti organizzativi. Mi spiego meglio: l&#8217;aggiornamento della mappa organica, dei ruoli e delle responsabilità a seguito di cambiamenti occorsi, quando questa formalizzazione è resa necessaria da regolamenti più o meno di tipo volontario, la gestione di procedure o la raccolta, catalogazione ed archiviazione di informazioni che sintetizzano lo sviluppo dell&#8217;organizzazione stessa, sono esempi di serivi spesso dati in appalto a consulenti. Queste informazioni non sono altro che il momento conclusivo di un processo di modifica e sviluppo di conoscenza partito altresì dalle risorse interne all&#8217;organizzazione.<br />
L&#8217;avvio di un processo diverso di lavoro, fondato sulla conoscenza delle persone e sulla loro capacità di collaborare con sempre maggiore efficacia e soprattutto efficienza sconta in genere la maturità dell&#8217;imprenditore riguardo a queste tematiche, quella maturità che oggi impedisce alle organizzazioni di avviare con successo progetti di &#8220;Enterprise 2.0&#8243;  Anzichè spingere allora su questi operatori per avviare percorsi di formazione esplicitamente diretti alla sensibilizzazione ed alla formazione  delle risorse, perchè non provare a sollecitare curiosità ed interesse attorno al lavoro del consulente esterno, in particolar modo relativamente alle particolari modalità utilizzate per la gestione della conoscenza?<br />
Lo sfruttamento della curiosità indotta dall&#8217;utilizzo, nel proprio contesto lavorativo, di nuovi strumenti e nuove tecnologie, se sapientemente accompagnato da un buon livello di entusiasmo ed &#8220;educazione&#8221; (argomento che da solo si presterebbe ad ampie discussioni) dovrebbe favorire un orientamento naturale degli imprenditori e delle persone a questa nuova forma di lavoro.<br />
Il metodo di lavoro utilizzato dal consulente diventa &#8220;traino&#8221; allo sviluppo dell&#8217;organizzazione.<br />
Certo, affinché questo possa accadere è prerequisito che il consulente abbia già fatto il primo passo ovvero sia un operatore 2.0!</p>
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		<title>By: Gio</title>
		<link>http://www.socialenterprise.it/index.php/2009/11/01/migliorare-la-collaborazione-tra-tecnologia-e-cultura/comment-page-1/#comment-975</link>
		<dc:creator>Gio</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Nov 2009 14:32:02 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.socialenterprise.it/?p=240#comment-975</guid>
		<description>Interessantissimo sputno per iniziare a qualificare anche nella PMI il ruolo di queste figure.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Interessantissimo sputno per iniziare a qualificare anche nella PMI il ruolo di queste figure.</p>
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