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Migliorare la collaborazione tra tecnologia e cultura
Pubblicato da Emanuele Quintarelli | in Enterprise 2.0
Vi rilancio brevemente gli spunti che emergono da un bell’articolo pubblicato da McKinsey in What Matters ed intitolato Using technology to improve workforce collaboration. Il pezzo è particolarmente apprezzabile per la sua capacità di sottolineare l’importanza che i knowledge worker rivestono nell’economia odierna e come la tecnologia sia in grado di migliorarne un nuovo tipo di efficienza, non sui processi ma sulla collaborazione.
Ciò che moltissime aziende non hanno ancora capito è come il loro futuro non si giochi più tanto sulla perfezione nel produrre mattoni, macchine o pezzi di legno, quanto nel saper ottenere il massimo dalla testa delle persone che impiegano. Se Ford si dannava l’anima per il non poter pagare solo le braccia dei suoi lavoratori (“Non capisco perché quando ho bisogno di due braccia devo pagare tutto il corpo”), oggi il problema si inverte radicalmente portando l’economia moderna ad un disperato bisogno di idee e conoscenza per differenziarsi, competere e restare in vita.
Vediamo alcuni dati:
- Il peso dei knowledge worker continua ad aumentare tanto che nel 2011 potrebbero costituire quasi il 50% della forza lavoro americana. In alcuni settori come salute e formazione già oggi ben il 75% dei dipendenti lavorano principalmente sulla conoscenza e negli Stati Uniti il loro stipendio è pari al 18% del GDP
- I knowledge worker rappresentano un asset costoso per le aziende dato che in media guadagnano dal 55% al 75% in più degli impiegati con mansioni legate alla produzione o alle transazioni
- Le aziende non sanno ancora come ottenere il massimo dai knowledge worker considerato che il gap di performance tra la migliore e peggiore compagnia nei settori che richiedono una forte collaborazione è nove volte quello dei settori centrati su produzione e transazione

Dopo decenni di ottimizzazione sulla produzione e sui processi, la vera sfida a cui le aziende sono esposte è quindi come ottimizzare le performance dei knowledge worker, trasformandoli da una spesa elevata e crescente ad un fattore strategico di confronto sul mercato. Se però è facile misurare la produttività della produzione sul numero di pezzi prodotti, le transazioni in termini di numero di operazioni per ora, come misuriamo la produttività della collaborazione?
La domanda non è per niente retorica dato che McKinsey stima che tra il 20% ed il 50% del lavoro collaborativo sia in realtà sprecato a causa di meeting inutili o pianificati male, viaggi non produttivi, overload di email non necessarie, etc. Ottimizzando la collaborazione Cisco ha risparmiato in 18 mesi la bellezza di 100M$ in costi in spese di viaggio, mentre P&G ha incrementato il numero di prodotti creati all’esterno dell’azienda dal 35% al 50% ottenendo un’offerta più ampia e cicli di produzione più brevi.
Visto che, a differenza di produzione e transazioni, la maggior parte dei manager non sono per nulla preparati nell’ottimizzare ed ottenere il massimo dalla collaboration, McKinsey propone due step:
- Classificare i knowledge worker in base al flusso di attività che compiono ogni giorno
- Mappare le nuove tecnologie ai workflow identificati, per ampliare la collaboration, aumentare l’efficacia e ridurre le inefficienze
Sul primo punto, invece di guardare a dipartimenti, titoli e posizioni nella gerarchia aziendale, a partire dalle ricerca vengono formulati 12 profili collaborativi in base alla qualità e quantità dei task che i dipendenti sono chiamati a compiere:
- Amministratore: esegue ripetutamente un processo standard o ben definito
- Agente: rappresenta gli interessi di altri
- Aiutante: fornisce aiuto fisico per il completamento di un compito
- Buyer: acquista beni e servi per altri
- Consulente: raccoglie informazioni e fornisce consigli in base ad esperienze passate e nuove evidenze
- Creatore: progetta prodotti nuovi ed innovativi
- Docente: insegna e trasferisce nozioni agli altri
- Investigatore: esamina fatti ed informazioni per evidenziare cause ed effetti
- Manager: supervisiona persone e processi di business
- Performer: si esibisce di fronte ad altre persone
- Venditore: interagisce con altri per vendere un prodotto o presentare offerte
- Scienziato: progetta esperimenti e conduce ricerca di base per testare ipotesi o produrre nuove scoperte
Ad ogni profilo sono associate una serie di incombenze che lo caratterizzano e da queste si fanno discendere le tecnologie di supporto più utili in tre passaggi:
- Comprendere i bisogni collaborativi dei task compiuti da ogni profilo (utilizzando dimensioni come numero di persone coinvolte, flusso dell’informazione, quantità di informazione condivisa da ogni partecipante, attraversamento di confini dipartimentali o aziendali, etc.)
- Ordinare i task in base al valore che generano guardando agli obiettivi di business dell’azienda. Gli obiettivi possono essere l’aumentare la relazione con il cliente, il generare più idee, ridurre i cicli di lancio dei nuovi prodotti, essere più reattivi, etc.
- Portare alla luce le inefficienze collaborative che affliggono le interazioni legate ai task a partire dalla tabella seguente:

Chiaramente le tecnologie Enterprise 2.0 possono fare molto per limitare queste inefficienze garantendo una maggiore trovabilità dell’informazione (searching), più trasparenza e quindi minori disallineamenti politici (divergenza), minori problemi di comunicazione (undercommunicating, interpreting, translation), scambi più veloci (waiting), più ricchezza di dettagli (misapplication), etc.
Per esempio la capacità di trovare facilmente tutta la competenza e gli esperti di cui un’azienda dispone (searching) è uno dei più forti benefici permessi dall’introduzione di un social network con funzionalità di tagging, mentre i problemi di interpretazione possono essere alleviati tramite il messaging dando alle persone la possibilità di porsi continuamente domande laddove qualcosa non sia chiaro. Aggregando statisticamente tutte le indicazioni raccolte, per ogni profilo viene così viene tirata fuori una tag cloud di tecnologie di supporto (vedi ancora il tool di analisi interattiva)
Conclusioni
La metodologia abbozzata in questo articolo affronta esplicitamente un problema sempre più rilevante in questa nuova economia basata sulla conoscenza. Un problema di fronte a cui buona parte del management mostra ancora poca consapevolezza ed ancora meno strumenti per dare una risposta.
La ricerca presentata dovrebbe (rimane il dubbio non conoscendo i dettagli del campione) avere il merito di analizzare statisticamente i bisogni collaborativi esposti dai knowledge worker delle aziende americane, per delineare un processo sistematico di soluzione delle inefficienze più importanti connesse a questi bisogni. Insomma, dal problema fino alla tecnologia collaborativa che lo risolve meglio.
Il mio dubbio è proprio questo: l’ipotesi di fondo è ancora una volta che questa soluzione sia in larga misura tecnologica e si tratta della stessa perplessità di fondo espressa da molti lettori nei commenti dell’articolo.
In altri termini siamo proprio sicuri che sia sufficiente introdurre qualche nuova tecnologia per migliorare il modo in cui gli esseri umani collaborano? Quanto conta la tecnologia e quanto invece bisogna prima lavorare sulla persona, sul gruppo e sulla stessa cultura complessiva dell’organizzazione, plasmata dall’alto negli anni secondo principi così lontani dalle logiche di collaborazione?
A mio avviso quello di cui abbiamo bisogno per ottimizzare sistematicamente gli scambi umani nelle aziende di oggi è piuttosto un framework olistico, che analizzi i bisogni dei knowledge worker non solamente in termini di task, ma anche e specialmente sul piano emotivo, motivazionale e culturale. Con ogni probabilità, partendo da questa prospettiva più ampia, anche la risposta da proporre dovrà per forza di cose essere più ricca, sistemica e sfaccettata.
Tags: 2009, collaboration, enterprise 2.0, mckinsey, research
3 Responses to “Migliorare la collaborazione tra tecnologia e cultura”
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Additional comments powered by BackType
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November 1st, 2009 at 4:32
Interessantissimo sputno per iniziare a qualificare anche nella PMI il ruolo di queste figure.
November 1st, 2009 at 10:22
“Spunto” e non “sputno”, scusate!
In una piccola impresa stiamo provando una esperienza abbastanza particolare. Sempre più spesso la pmi terziarizza alcuni ruoli, in particolare quelli legati agli adempimenti organizzativi. Mi spiego meglio: l’aggiornamento della mappa organica, dei ruoli e delle responsabilità a seguito di cambiamenti occorsi, quando questa formalizzazione è resa necessaria da regolamenti più o meno di tipo volontario, la gestione di procedure o la raccolta, catalogazione ed archiviazione di informazioni che sintetizzano lo sviluppo dell’organizzazione stessa, sono esempi di serivi spesso dati in appalto a consulenti. Queste informazioni non sono altro che il momento conclusivo di un processo di modifica e sviluppo di conoscenza partito altresì dalle risorse interne all’organizzazione.
L’avvio di un processo diverso di lavoro, fondato sulla conoscenza delle persone e sulla loro capacità di collaborare con sempre maggiore efficacia e soprattutto efficienza sconta in genere la maturità dell’imprenditore riguardo a queste tematiche, quella maturità che oggi impedisce alle organizzazioni di avviare con successo progetti di “Enterprise 2.0″ Anzichè spingere allora su questi operatori per avviare percorsi di formazione esplicitamente diretti alla sensibilizzazione ed alla formazione delle risorse, perchè non provare a sollecitare curiosità ed interesse attorno al lavoro del consulente esterno, in particolar modo relativamente alle particolari modalità utilizzate per la gestione della conoscenza?
Lo sfruttamento della curiosità indotta dall’utilizzo, nel proprio contesto lavorativo, di nuovi strumenti e nuove tecnologie, se sapientemente accompagnato da un buon livello di entusiasmo ed “educazione” (argomento che da solo si presterebbe ad ampie discussioni) dovrebbe favorire un orientamento naturale degli imprenditori e delle persone a questa nuova forma di lavoro.
Il metodo di lavoro utilizzato dal consulente diventa “traino” allo sviluppo dell’organizzazione.
Certo, affinché questo possa accadere è prerequisito che il consulente abbia già fatto il primo passo ovvero sia un operatore 2.0!
November 2nd, 2009 at 12:05
Caro Emanuele, sepero di non sbagliarmi ma le convergenze con Mo.De. http://tinyurl.com/ylansju diventano sempre più frequenti
A mio parere, quando identifichiamo i principali obiettivi della E2.0, stiamo parlando di cambiare comportamenti, prassi collaborative, stili relazionali, scale valoriali … tutti fattori psicologici, sociali e culturali all’interno dell’azienda.
L’E2.0 non è il nuovo modo di vendere piattaforme o applicazioni (come la maggior parte dell’offerta propone) ma una rivoluzione nelle prassi collaborative e nell’essere gruppo.
Come si progettano le motivazioni, gli incentivi?
Come si facilitano l’adozione e diffusione di certe prassi potenziate da determinate applicazioni e interfacce?
Come si esplicitano i conflitti, le dinamiche nascoste, la conoscenza implicita?
Come inizare il cambiamento della cultura interna, delle reti relazionali, delle scale valoriali?
Beh, non basta il punto di vista di un esperto di software e piattaforme, no?
Non si deve pensare alle applicazioni 2.0 e collaborative solo come strumenti di gestione e produzione di conoscenza che magicamente creano partecipazione ma come “luoghi psicologici e sociali” progettati e\o selezionati ad hoc su un gruppo, su utenti all’interno di una consulenza che ha più a che fare con la psicologia delle organizzazioni che non l’ICT.