Lo sweet spot dell’Enterprise 2.0

Alcuni dicono che non esiste, altri che si tratti di una moda passeggera, altri ancora che nessuno la stia utilizzando. Nonostante questo, l’Enterprise 2.0 continua a farsi strada, venendo adottata da più di un terzo/metà delle aziende grandi e piccole, ovviamente anche incoraggiando centinaia e centinaia di vendor a lanciare sul mercato la propria offerta. Se da una parte questa ricchezza contribuisce a dimostrare la crescente maturità del dominio e a dare ad ogni potenziale acquirente più alternative per prezzo, caratteristiche tecniche e tipologia di licenza, un eccessivo livello di offerta tende anche a confondere le importanti differenze che invece esistono tra i produttori.

Ciò che sfugge a molte aziende è come, ormai, dire che una piattaforma abbia un wiki, un blog e funzionalità di social networking non significhi assolutamente nulla, dato che non ci fornisce alcuna indicazione su ciò che determina veramente l’adozione e di conseguenza il ritorno dell’investimento ovvero il paradigma di interazione ed il grado di usabilità con cui queste caratteristiche sono state sviluppate.

Premesso, come sempre, che qualunque iniziativa di business dovrebbe partire da una chiara comprensione dei problemi aziendali da risolvere e delle esigenze professionali dei dipendenti, la scelta della tecnologia sbagliata può comunque ritardare o addirittura rendere impossibile l’adozione.

Come orientarsi allora di fronte a centinaia di alternative, per non commettere costosi errori? Ho già pubblicato in passato alcuni strumenti, ma ora Hinchcliffe fornisce un’ulteriore classificazione delle piattaforme Enterprise 2.0 particolarmente inclusiva ed utile per avere una visione complessiva dello stato del mercato (clicca per ingrandire):

In Assessing the Enterprise 2.0 marketplace in 2009: Robust and crowded, Dion presenta i risultati di un’analisi su centinaia di soluzioni Enterprise 2.0, orientata a posizionare su un grafico solamente i 70 più maturi e vicini ai concetti di emergenza, mancanza di workflow, collaboration.

L’offerta viene valutata in base a due criteri: il supporto al mondo enterprise (che differenzia web 2.0 ed Enterprise 2.0) e la robustezza in chiave Enterprise 2.0 (non solo in termini di funzionalità, ma anche di emergenza, usabilità, livello di socialità, flessibilità, contributo innovativo).

Emergono così tre aree: i prodotti proposti dai leader del mondo enterprise che hanno successivamente aggiunto funzionalità sociali, startup e prodotti open source spesso nativamente orientati al 2.0 ed il cosiddetto sweet spot, dove le migliori si posizionano, unendo un supporto superiore all’enterprise 2.0 ed un’ottima comprensione del mercato aziendale. Proprio lo sweet spot è l’area a cui sarebbe bene guardare per ridurre drasticamente la mole dei prodotti da analizzare. Non a caso qui dentro risiedono Jive Social Business Software, Telligent, Connectbeam, Lotus Connections, Socialtext, Thoughtfarmer, Mindtouch, Atlassian Confluence ed Acquia. Questa lista può servirvi per buttare velocemente giù una shortlist tra cui scegliere per implementare la vostra strategia di social computing.

Alcune osservazioni prima di chiudere:

  • Molte realtà preferiscono scegliere suite o piattaforme proposte da grandi di cui sono già clienti (tutta la parte in alto a sx del diagramma, Microsoft Sharepoint innanzitutto). Questa scelta è comprensibile e rassicurante, ma si deve stare attenti a capire il reale livello di supporto al paradigma sociale di queste offerte, aldilà di quanto scritto sulla brochure o di quanto dichiarato dal commerciale. Dato l’affollamento del mercato e la novità del dominio, un simile compito non è  per nulla semplice
  • Nonostante l’enorme offerta, i prodotti che vale realmente la pena analizzare sono pochissimi ed anche questi in molti casi presentano ulteriori spazi di miglioramento. Informarsi continuamente e provare in prima persona con gli utenti è l’unica scelta saggia
  • I prodotti open source o nati per il web 2.0 di solito non sono buone soluzioni per l’Enterprise 2.0, tuttavia alcune applicazioni nate sul web e poi ripensate per la grande azienda (vedi Acquia) possono essere un’ottima alternativa ai software commerciali
  • chiunque voglia lanciare un’iniziativa aziendale dovrebbe andare oltre alla lista di funzionalità standard per toccare con mano quanto la piattaforma supporti gli specifici obiettivi di business che ci si è posti (es. knowledge sharing, collective intelligence, etc), ma anche il community management (statistiche e reporting, moderazione, porting dei dati, organizzazione granulare delle community) e l’integrazione con i sistemi aziendali (ldap, sicurezza, enterprise search, sistemi HR, crm, etc). L’usabilità è il criterio in assoluto più importante per quanto riguarda l’adozione da parte degli utenti.

Insomma, per comprendere profondamente le differenze che caratterizzano centinaia di piattaforme serve un’analisi accurata, tramite installazioni di test e piccoli pilot orientati al business case scelto dall’azienda. Dovrebbe essere sempre gli utenti finali (e non solamente l’IT), con l’ausilio di metodologie user centred, i più indicati a scremare tra una chiassosa mossa di marketing ed un’ottima suite Enterprise 2.0.

Analisti ed esperti stanno però sempre più rendendo disponibili strumenti per semplificare e velocizzare questa analisi, magari facendosi una chiacchierata anche con le aziende oggi in prima linea. Ricordate però che nessuno strumento potrà mai salvarvi da un clamoroso fallimento, se prima dello strumento non avrete pensato ad una chiara strategia che coinvolga business e persone.

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  • http://ibridazioni.com Gian

    Schema sicuramente utile ma forse più per gli adetti ai lavori. Le aziende dovrebbero essere spinte a riflettere sull’organizzazione, sugli utenti (come giustamente dici a fine post, vedi User Centered Design, ecc.).
    Quali fattori voglio potenziare e problemi affrontare con le nuove prassi che si possono innescare adottando certe applicazioni collaborative e sociali?
    L’E2.0 è un lavoro sull’organizzazione potenziata da alcune applicazioni, non un lavoro sulle applicazioni di certe piattaforme che poi hanno ricadute sull’organizzazione.
    Non è una differenza banale.
    Come dici, l’avere o no un wiki non vuol dire nulla.
    L’E2.0 costringe a riflettere su fattori culturali, sociali, psicologici che alimentano i processi collaborativi nell’organizzazione. Questo è il passaggio che molte aziende fanno fatica a fare, ma che è quello da cui partire (non a cui arrivare).
    La applicazioni sociali e collaborative dell’E2.0 sono artefatti cognitivi e sociali non strumenti.

  • admin

    Gian,
    come sai bene e come ho avuto modo di scrivere anche su questo blog molte volte, sono totalmente d’accordo con tutto quello che hai scritto.

    L’enterprise 2.0 è il crocevia tra tanti domini diversi e finora piuttosto lontani (psicologia, economica, informatica, sociologia, comunicazione, etc). Il lato umano-organizzativo è certamente l’aspetto più direttamente responsabile dell’adozione da parte degli utenti e dell’evoluzione del tessuto dell’azienda, senza cui sappiamo bene, gli strumenti servono a ben poco.

    Tuttavia l’aspetto tecnologico, in un momento di preponderanza dell’offerta sulla richiesta è anch’esso uno scoglio non banale per le realtà che operativamente si stanno avvicinando all’Enterprise 2.0. Di nuovo gli strumenti devono discendere da obiettivi di business e problemi specifici degli utenti, ma scegliere lo strumento sbagliato può facilmente far deragliare per sempre ogni possibilità di diventare un’azienda 2.0.

    Scopo di questo blog continuerà ad essere inquadrare tutte le sfaccettature dell’E20, quella di business, quella umana, quella tecnologica per fornire una guida operativa ed il più possibile a 360° a chi si vuole lanciare in questo importante salto.