The Social Enterprise

Social Enterprise: Il social dentro l'azienda

building image

Post Recenti

Conferenze

Persone

Siti

RSS Cosa sto leggendo


Come architetture di partecipazione, intelligenza collettiva e meccanismi di emergenza stanno rivoluzionando il modo in cui le aziende fanno business e generano profitti

L’Enterprise 2.0 dei Distretti Industriali?

Pubblicato da Emanuele | in Enterprise 2.0

Cercherò di tenere questo post breve semplicemente perchè ancora non ho esperienze mature ed illuminanti di cui posso parlare. Ci tengo però a condividere una domanda e qualche spunto di discussione con voi.

In diverse occasioni mi è stato posto il problema di come (o se) si possa utilizzare l’Enterprise 2.0 per supportare lo scambio di valore tra aziende diverse ed in particolare se questo possa essere fatto efficacemente sui distretti industriali (il cuoio, l’auto, etc.). In altre parole la domanda è: “Che ruolo è in grado di recitare l’Enterprise 2.0 nel fluidificare, strutturare e rendere persistenti le interrelazioni tra aziende che lavorano nella filiera di uno stesso prodotto?

Questa è la domanda che si sta ponendo anche Francesca Steri  nella realizzazione di parte della sua tesi. Riporto con il suo permesso adattando da una mail che ci siamo scambiati:

“Nell’approfondire le tematiche legate alla Social Enterprise, ma soprattutto nel definire i requisiti dello studi sul campo che di qui a breve inizierò, mi sono proposta di prendere anche in considerazione l’esperienza dei distretti industriali, dal momento che costituiscono un buon esempio che dimostra come spesso la condivisione tra imprese genera valore sul territorio…… mi chiedevo se magari tu conosca qualche caso d’eccellenza da prendere in considerazione come modello….di come condivisione dell’esperienza e della conoscenza possano essere un fattore deteminante…”

I network tra organizzazioni diversi sono una delle dimensioni tipiche di studio della Social & Organizational Analysis dove vengono spesso utilizzati per effettuare analisi competitive, business intelligence, supporto al posizionamento ed alle alleanze. Piuttosto che misurare qui ci stiamo chiedendo come (strumenti) e cosa (valore) è possibile scambiare tra aziende che hanno un problema comune, pur coprendone fasi diverse. Certo l’idea dei marketplace non è nuova, ma se lasciamo fuori le transazioni economiche o la ricerca di fornitori, ci sono transazioni di conoscenza possibili?

  • Potrebbero riguardare indicazioni e definizioni di strategie congiunte sul mercato, qualità e tipologia di semilavorati/materie prime, unione di competenze per cogliere nuove opportunità o cos’altro?
  • Lo scambio dovrebbe avvenire solo tra aziende adiacenti nella filiera (A fornisce un servizio a B, ma non a C) o completamente in comune (A,B,C parlano tutti insieme) o addirittura tra fornitori concorrenti?
  • Per quali tipi di scambi questo genera realmente valore? Il valore potrebbe risiedere laddove è forte la necessità di innovare e competere, laddove è forte la qualità o la complessità di prodotti e servizi?
  • Potrebbe trattarsi di una leva per creare distretti geograficamente virtuali (cioè a prescindere dal territorio) o questo non ha senso economico quando parliamo di atomi? In quali altri ambiti l’enterprise 2.0 potrebbe traslare il concetto di distretto

Chi ha voglia di illuminarci?

UPDATE

Su questo tema vi rimando anche agli stimolanti commenti di Vittorio Orefice, Gian Angelo Geminiani e Giovanni Budicin, in calce al mio post Quello che tutti i clienti chiedono..

November 27th, 2008

  • http://smartfeeling.blogspot.com Gian Angelo Geminiani

    L’Enterprise2.0 è applicabile ai Distretti Industriali?
    Sono convinto che la risposta sia sì, anche se ovviamente non ho dati storici pronti a dimostrarlo.
    In tal senso direi che la cosa migliore potrebbe essere quella di sperimentare.
    Credo che i tempi siano maturi per sperimentare una nuova versione dei “vecchi” Marketplace, diciamo pure un “Marketplace2.0″.
    Immagino, oltre alle classiche attività tipiche di un Marketplace, anche una comunicazione attiva tra dipartimenti aziendali di diverse imprese per la condivisione di conoscenze ed esperienze (o magari anche per affrontare congiuntamente progetti comuni).
    Faccio il primo esempio che mi viene in mente: pensa ai dipatimenti IT, quali immensi vantaggi potrebbero derivare dalla condivisione di esperienze di migrazione del proprio ERP (es. passaggio ad un ERP internazionale) o anche solo dalla condivisione di esperienze legate alla sicurezza, alla gestione degli storage, ecc.. E lo stesso vale per molti altri dipartimenti, come Marketing o HR.
    Oggi, ognuno fa i propri investimenti e le proprie esperienze (errori compresi) ed affronta da solo i propri costi di progetto. Ogni azienda ripercorre quotidianamente strade già battute da altri, ed ogni volta si ritrova a tracciare un sentiero che nessun altro potrà mai riutilizzare.

    Ok, mi sono dilungato fin troppo :)
    Il fatto è che mi sento particolarmente stimolato dalla prospettiva che possa nascere una nuova generazione di MP molto piu’ ispirata E2.0 che all’ “Home Banking” ;) .

    Non siete d’accordo?

  • http://www.virtualeco.org/ Fabrizio

    Bella domanda!
    Anche se dalla mia purtroppo non ne sono così entusiasta il perché è presto detto…

    Credo che la domanda sia da porre in modo leggermente differente: “Quali distretti industriali italiani sono pronti ad accogliere la fluidificazione del 2.0?”

    A me, a noi, credo possano apparire quasi del tutto ovvi i motivi del perché la fluidificazione del 2.0 possa portare vantaggi ad una filiera ma questo significa anche: lavorare bene, in modo trasparente, efficiente ed ottimizzato, innovare e sopratutto lavorare in modo collaborativo.

    Dalla mia posizione, lavorando in uno dei “classici distretti industriali” del paese (da esempio da manuale di economia aziendale direi..) posso direi che un’idea del genere non può far altro che paura nella maggior parte dei casi.
    In quest’area pochi sono gli imprenditori che riescono a percepire il valore della comunicazione e condivisione dell’ info aziendale, ancora meno quelli che considererebbero una soluzione di distretto.
    Sopra si parla di divisioni e dipartimenti IT, sicuramente se un’azienda ha al suo interno una divisione del genere già si può discutere d’integrazione dell’informazione sulla filiera; credo però che la maggior parte dei distretti industriali italiani sia caratterizzata da aziende che non possiedono queste infrastrutture tecnologiche e perciò molto lontane da questa realtà.

    Questo post non vuole essere una lamentela, tutt’altro, mi ha fatto vedere in un’ottica più ampia un problema che sicuramente precede queste nostre domande: Il problema del gap culturale/innovativo. Credo ci sia ancora parecchio lavoro da fare per importare cultura dell’innovazione in queste aziende e in questi distretti, prima ancora di arrivare a chiedersi se è già i loro sistemi possano essere condivisi fra loro.

  • admin

    @Gian Angelo: nel tuo suggerimento per un marketplace 2.0 vedo un pò l’idea di un enterprise 2.0 di servizio, che non impatta tanto sul business quanto sull’infrastruttura. Mi chiedo invece se possano esserci reali scambi, anche di conoscenza, seguendo la filiera

    @Fabrizio: mi dispiace ma questa volta non sono d’accordo. Dopo qualche anno di esperienza ho imparato a non chiedermi più tanto se i clienti sono pronti, quanto quali clienti lo siano. Le paure sono presenti, l’arretratezza nell’IT e nella cultura anche. Tuttavia la tecnologia richiesta dall’e2.0 è estremamente semplice se confrontata con gli strumenti tradizionali ed i cambiamenti di mindset sono ormai visibili, specialmente laddove ci sia un chiaro beneficio di business.

  • http://smartfeeling.blogspot.com Gian Angelo Geminiani

    Credo ci siano piu’ aziende “pronte” di quanto non possiamo immaginare.
    Sono reduce da un lungo progetto di ricerca che ha analizzato a fondo i processi della filiera agroalimentare ed è terminato qualche mese fa con la realizzazione di una piattaforma software che consente proprio lo scambio di conoscenza e di informazioni legate al processo di tracciabilità sulla filiera agroalimentare. In questo post trovate i link al portale: http://smartfeeling.blogspot.com/2008/09/tracciabilit-dei-prodotti-di-iv-gamma.html
    Questa ricerca è stata molto istruttiva e mi ha permesso di capire, al di la del contesto agroalimentare, che le paure di condividere informazioni svaniscono immediatamente di fronte ai vantaggi che si ottengono nel condividerle (tuttavia non stiamo parlando di competitor, ma di attori complementari).

    Se poi pensiamo ad uno scambio culturale che trascende la filiera (food-moda-lusso), in una sorta di “contaminazione culturale” tra imprese, allora probabilmente le paure diventano ancora minori.
    Stò pensando ad un enterprise2.0 che impatti sia sull’infrastruttura che sul business, ad un E2.0 che possa essere visto come un reale strumento “abilitante” per il business delle PMI (soprattutto quelle piu’ carenti dal punto di vista infrastrutturale ed organizzativo).

  • http://www.virtualeco.org/ Fabrizio

    Son felice di leggere le vostre parole, probabilmente ho solo avuto a che fare con realtà leggermente diverse che mi portano tutt’ora a focalizzare parecchie energie sulla diffusione.

    Le metterò nella mia lista di casi “per spronarmi” :) insieme al (per me importantissimo) caso “Graymont Intranet 2.0″!

  • admin

    Ciao Fabrizio,
    non intendevo stroncare il tuo punto di vista. Vediamo tutti una situazione culturale ed ecomonica ancora più critica negli ultimi mesi.

    Quello che mi premeva sottolineare è come tuttavia esistano delle eccezioni ed un cammino che sta partendo. Non tutte le aziende sono (e forse saranno) pronte, ma esistono anche realtà ed individui più aperti e capaci di vedere il momento di crisi come una grande opportunità.

  • http://tosinicolo.wordpress.com/ Nicolò Tosi

    ciao,
    per chi fosse interessato nel mio blog cercherò di approfondire alcune tematiche relative al rapporto PMI ed enterprise 2.0.
    Per ora ho pubblicato un articolo che ha a che fare col modello 2.0 applicato alla Ricerca e Sviluppo all’interno delle PMI italiane. Per chi fosse interessato può trovare l’articolo sul mio blog http://tosinicolo.wordpress.com/

    Saluti,
    Nicolò

  • admin

    Ciao Nicolò,
    mi sembra che l’approccio che tu proponi sia sostanzialmente un marketplace per la open innovation.

    Se questo funziona sulla grandissima azienda (ci sono altri casi famosi oltre a P&G come quello di Cisco, di IBM, di Telecom, Goldcorp, etc), mi rimane qualche dubbio sulla reale applicabilità alla PMI italiana ed ancora di più a livello di distretto industriale.

    In una PMI il problema è spesso la mancanza di attenzione verso la ricerca, vista semplicemente come un’attività non immediatamente produttiva per cui non esiste budget,competenza nè cultura. Anche in un ambito di crowdsourcing (ricerca di base o applicata non fa differenza), per chiedere aiuto l’azienda deve essere disposta ad esporre parte dei suoi asset, pagare le risposte che vengono dalla massa e specialmente possedere le competenze per integrare le nuove tecnologie all’interno dei processi produttivi. Se ragioniamo a livello di distretto, a mio avviso questo presuppone non solo l’esistenza di figure che si occupano di R&S, ma anche della sensibilità manageriale necessaria a svolgere queste azioni in modo aperto e condiviso (magari anche con i concorrenti)

    Simili condizioni non sono certo facili da trovare nella PMI italiana. Mi sembra invece più semplice applicare la open innovation alla singola impresa, così come proposto dal modello InnoCentive.